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LA CALABRIA DELLE LISTE: 7 importanti scrittori nati in Calabria

1) CARMINE ABATE  (Carfizzi, 1954) 

Nato a Carfizzi, in provincia di Crotone, da una famiglia arbëreshë, dopo essersi laureato in Lettere all'Università di Bari si trasferisce ad Amburgo, in Germania, presso il padre emigrato. Qui insegna in una scuola per figli di emigranti e inizia a scrivere i primi racconti. Nel 1984 appare la prima raccolta di racconti Den Koffer und weg!, a cui segue nel 1984 un saggio in lingua tedesca, scritto in collaborazione con Meike Behrmann, Die Germanesi, tradotto due anni dopo in lingua italiana col titolo I Germanesi, storia e vita di una comunità calabrese e dei suoi emigranti. Successivamente, ritornato in Italia, si stabilisce a Besenello, nel Trentino, dove continua l'attività di scrittore e insegnante. È autore di numerosi romanzi e racconti di successo. Nel 2007 ha tenuto una conferenza al liceo scientifico "Michelangelo Buonarroti" di Monfalcone sulla multiculturalità.

Nel luglio del 2009, con il suo romanzo Gli anni veloci, vince la terza edizione del "Premio Letterario Nazionale Tropea - Una regione per leggere", organizzato dall'Accademia degli Affaticati, imponendosi su Mario Desiati e Paolo Di Stefano. Il risultato plebiscitario della giuria, composta da un comitato popolare di varia estrazione culturale e da tutti i sindaci calabresi, ha confermato l'affetto e l'attenzione per questo autore della sua regione d'origine.

I temi prevalenti nelle opere di narrativa di Abate sono il ricordo delle tradizioni culturali di origine, soprattutto delle piccole comunità arbëreshë, e l'incontro con le popolazioni che risiedono laddove più forte è l'emigrazione del Meridione. I racconti di Abate, emigrato da giovane in Germania per motivi di lavoro, sono frutto dell'esperienza diretta dell'autore in Germania e nell'Italia settentrionale. In alcune opere di Carmine Abate, specialmente nella raccolta di racconti intitolata Il Muro dei Muri, viene dato rilievo a quello che è il vero nemico della società, il razzismo, la barriera più grande che esiste al mondo e che cerca di dividere gli uomini, motivo d'incomprensione e d'incomunicabilità tra questi ultimi. I temi dell'odio e dell'intolleranza, nell'opera di Carmine Abate, sono trattati in una lingua personale costituita da termini nelle lingue italiana, di arbëreshë e tedesca, con uno stile apparentemente semplice, scorrevole e facilmente comprensibile, ma soprattutto che richiama con piacere alla lettura.

Abate è autore con Cataldo Perri dello spettacolo teatrale Vivere per addizione nelle terre d'andata tratto da Terre di andata e Vivere per addizione, presentato il 19 agosto 2011 nel "I festival dei luoghi" a Soveria Mannelli. Il 1º settembre 2012 vince la 50ª edizione del Premio Campiello con il romanzo La collina del vento. Attualmente vive a Besenello (in provincia di Trento), è sposato e ha due figli: Michele e Christian.


2) CORRADO ALVARO  (San Luca, 1895)

Corrado Alvaro nasce il 15 aprile 1895, primogenito dei sei figli di Antonio e di Antonia Giampaolo, a San Luca, un piccolo paese nella provincia di Reggio Calabria, sul versante ionico dell'Aspromonte. Il padre, maestro elementare, è fondatore di una scuola serale per contadini e pastori analfalbeti; la madre proviene da una famiglia della media borghesia. A San Luca trascorre un'infanzia felice, ricevendo la prima istruzione dal padre e da un vecchio maestro del luogo. Nelle sere d'inverno, accanto al camino, ascoltava il padre leggere alla madre gli autori prediletti: Manzoni, d'Azeglio, Balzac e Mastriani: «Avevo passato dieci anni in quel mucchio di case presso il fiume, sulla balza aspra circondata di colli dolcissimi digradanti verso il mare, i primi dieci anni della mia vita, e pure essi furono i miei più vasti e lunghi e popolati» (Memoria e vita).
Terminate le scuole elementari, nel 1906 è mandato a proseguire gli studi, come esterno, nel prestigioso collegio gesuitico di Mondragone, a Frascati. Nel 1907 sono ospiti dello stesso collegio i fratelli Beniamino e Guglielmo: studia e comincia a scrivere poesie e racconti. Come egli stesso riferirà, viene espulso dal collegio, dopo i primi anni di ginnasio, perché sorpreso a leggere testi considerati proibiti (l'Intermezzo di rime di D'Annunzio). Obbligato a cambiare scuola, è mandato nel collegio di Amelia, in provincia di Perugia, dove termina il ginnasio. Approda infine al Liceo «Galluppi» di Catanzaro, vivendo dapprima come ospite del convitto Tubelli, poi rievocato in Mastrangelina; ed ha tra i compagni di scuola Umberto Bosco, che ne ha ricordato l’acceso interventismo. Esordisce con un libretto dedicato a Polsi nell'arte, nella legenda e nella storia (1912), che porta in calce la firma «Corrado Alvaro. Studente liceale». Nel gennaio del 1915, chiamato alle armi, è assegnato a Firenze, a un reggimento di fanteria, e segue il corso allievi ufficiali nell'Accademia militare di Modena, uscendone con il grado di sottotenente. All'inizio di settembre si trova in zona di guerra; a novembre è in prima linea, viene ferito alle braccia (il destro non guarirà mai completamente) sul Monte Sei Busi, nella zona di San Michele del Carso, e viene decorato con una medaglia d'argento. Nel 1917 escono a Roma le Poesie grigioverdi e l’anno dopo, l'8 aprile, sposa la bolognese Laura Babini, conosciuta durante la guerra, allora impiegata come ragioniera, più tardi traduttrice dall'inglese. Alla fine del ’19 si trasferisce a Milano, con la famiglia (nel frattempo gli è nato il figlio Massimo), perché assunto al «Corriere della Sera» di Luigi Albertini, cui dedicherà nel 1925 un intenso profilo. Sul finire del 1921 si trasferisce a Parigi, come corrispondente del «Mondo» di Amendola, tornando a Roma un anno dopo per partecipare intensamente alla lotta antitotalitaria del quotidiano (è stato tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce; ed ha subìto anche, in un’occasione, la violenza dello squadrismo). Dal ’26 comincia a collaborare alla «Stampa» e, in seguito, diviene segretario di redazione di «900»; nei primi mesi del ’29 è a Berlino, per una serie di corrispondenze commissionategli dall’«Italia letteraria»: essendogli sempre più difficile lavorare (e firmare) in Italia, comprende che è il momento di allontanarsene per poter poi rientrare, come non sarebbe stato possibile se si fosse stabilito a Parigi, dove convergevano tutti i fuorusciti politici. Nel corso del 1930 pubblica ben tre raccolte di racconti (Gente in Aspromonte, Misteri e avventure, La signora dell'isola) e il romanzo Vent'anni, il più intenso fra quelli italiani imperniati sulla Grande Guerra, che gli valgono il prestigioso (e remunerativo) premio letterario di «La Stampa». L’affettuosa amicizia con Margherita Sarfatti è determinante per stemperare l’inimicizia del regime e per consentirgli una «silenziosa renitenza», da nemico pacifico, nevroticamente domestico, con qualche scivolamento indebito (Terra nuova. Prima cronaca dell'Agro Pontino, andato in stampa nel 1934 per l’Istituto Naz. Fascista di Cultura: libro che Alvaro considerava un omaggio alla civiltà e non al fascismo). È indubbio che, in questa fase, la quota di riconoscenza per un governo totalitario che gli consentiva il pot boiler in patria abbia moderato la primitiva carica antagonistica (senza tuttavia mai giungere a prendere la tessera o aderire agli inviti di Mussolini), che poi torna ad accamparsi obliquamente nel romanzo distopico L’uomo è forte (1938): «una protesta contro il terrore», «contro le condizioni dell’uomo sotto ogni oppressione, sia essa di Franco o di Mussolini o di Hitler o della Ghepeù», ed anche una catarsi terapeutica da una nevrosi ossessiva che gli impediva di «andare in pubblico, specie nei teatri» (dopo averlo scritto, «mi pareva di sentirmi scaricato, di avere potuto parlare, sia pure in forme coperte»). Inizia a lavorare per il cinema, come sceneggiatore e soggettista, e tiene una rubrica cinematografica sulla «Nuova Antologia»; nel ’38 abbandona Mondadori per Bompiani, cui rimarrà sempre fedele, e nel ’40 riceve il premio dell’Accademia d’Italia per L’uomo è forte; per il teatro riduce I fratelli Karamazov di Dostoevskij e La Celestina di Fernando de Rojas. Nel gennaio del 1941 torna per l'ultima volta a San Luca, per i funerali del padre; poi, più volte, a Caraffa del Bianco, in visita alla madre e al fratello don Massimo, parroco del paese. Dal 25 luglio all'8 settembre 1943 assume la direzione del «Popolo di Roma»: con l'occupazione tedesca della città, colpito da mandato di cattura, si rifugia a Chieti, sotto il falso nome di Guido Giorgi, e vive dando lezioni di inglese. Nel giugno del 1944 ritorna a Roma e viene a sapere che il figlio è prigioniero in Jugoslavia, poi partigiano nei dintorni di Bologna. Nel gennaio del ’45 fonda, con Francesco Jovine e Libero Bigiaretti, il Sindacato Nazionale degli Scrittori, di cui è segretario fino alla morte; nel marzo’47 va a dirigere per tre mesi il «Risorgimento» di Napoli, da cui è allontanato per la sua posizione politica, schierata senza compromessi con il Fronte popolare (come già prima era accaduto con le dimissioni dalla direzione del “Giornale radio”). Vive e lavora a Roma, nell'appartamento di Piazza di Spagna, con terrazzo sulla scalinata di Trinità dei Monti, recandosi spesso a Vallerano, ai piedi dei Monti Cimini, dove ha una casa in mezzo alla campagna. Torna a collaborare al «Corriere della Sera», ma ancora una volta si dimette per essere stato attaccato su quelle pagine per la sua adesione politica al Fronte democratico; tra le varie collaborazioni, è anche critico teatrale e cinematografico del «Mondo» di Pannunzio. Nell'autunno esce Quasi una vita, che raccoglie pagine di diario tra il 1927 e il 1947: il libro vince il premio Strega 1951, superando in finale le opere concorrenti di Soldati, Levi e Moravia. Nel 1954 deve sottoporsi a un intervento chirurgico per un tumore addominale, inizialmente creduto benigno, come invece non era. Il 20 aprile 1956 esce sul «Corriere della Sera», dove era tornato a collaborare, il suo ultimo articolo, Pagine diverse: aggravatasi la malattia, che ha colpito i polmoni, muore a Roma nella sua abitazione il mattino dell'11 giugno 1956, lasciando molti inediti. La cerimonia funebre, nella chiesa romana di Santa Maria delle Fratte, è officiata dal fratello don Massimo; poi viene sepolto nel cimitero di Vallerano.


3) MAURO FRANCESCO MINERVINO  (Paola, 1959)

Nato a Paola, in provincia di Cosenza, nel 1959, Mauro Francesco Minervino è un antropologo prestato alla letteratura. Vanta in effetti l’insegnamento di Antropogeografia ed Etnologia delle Culture Mediterranee al DAMS dell’Università degli Studi della Calabria. Ha anche svolto, in collaborazione con il Dipartimento di Italianistica dell’Università Attila Jozsef di Szeged (Ungheria), diverse ricerche nel campo professionale di competenza. Attualmente è Ordinario di Antropologia Culturale ed Etnologia nella Accademia di Belle Arti di Catanzaro. È autore di saggi e volumi pubblicati da diversi editori. Studioso di etnografia e di letteratura di viaggio, è impegnato in ricerche su minoranze (Rom, Arbresche, Ebrei) in Europa, su aspetti delle culture mediterranee nel processo di modernizzazione e fenomeni culturali collegati al turismo contemporaneo. Fa anche parte della Sezione di Antropologia e Letteratura dell’Associazione Italiana di Scienze Etnoantropologiche di Roma. È membro del Centro Interuniversitario di Ricerche sul Viaggio in Italia. Giornalista e scrittore, collabora con le ”pagine culturali” di numerosi quotidiani, italiani e stranieri (Terra, l’Unità, il manifesto, Il Mattino, Gazzetta del Sud, International Herald Tribune) e con la rivista Nuovi Argomenti. Autore di programmi di Radio3, Rai-Libro e Rai Educational come 42° parallelo – Leggere il ’900 (con Maria Pia Ammirati e Gabriele Vacis) e Babele-Magazine con Corrado Augias, ha realizzato il film etnografico Lontani, vicini. In viaggio tra i Rom. Dalla Calabria alla regione di Csongrad (Szeged-Ungheria meridionale, 2001). Con la fotografa Giuliana Traverso, nel 2002 ha esposto a Palazzo Ducale a Genova la mostra Genova. Immagini di città. Quarantasei fotografie raccontate. Articolata anche la sua attività in letteratura: un suo racconto appare nell’antologia Italville. Nuovi scrittori nel paese che cambia, uscita a cura di Enzo Siciliano nel 2003 per Mondadori; nel 2006 pubblica il volume In fondo al Sud (Philobiblon), con prefazione dell’antropologo francese Marc Augé. È responsabile editoriale di Abramo Editore. Il suo volume La Calabria brucia (Ediesse, 2008) è ora alla seconda edizione con una nota di Gian Antonio Stella. Scrive Franco Arminio nella prefazione al libro: «La Calabria di Minervino è una regione potente, un luogo in cui la bellezza e la devastazione della bellezza sembrano sfuggire a ogni tentativo di cercarne rimedi e ragioni». Con La Calabria brucia ha vinto il Premio Carime per la letteratrura euro-mediterranea, il premio Salò e il Premio Internazionale “Sulle orme di Ada Negri”.


4) NICOLA MISASI  (Cosenza, 1850)

Si dedicò abbastanza precocemente all'attività letteraria, con pubblicazione da autodidatta di opere letterarie di poco conto. Nel 1880 si trasferì a Napoli, ed ebbe contatti con Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio e Salvatore di Giacomo. Nel 1881 pubblicò la raccolta di novelle Racconti Calabresi, delle novelle di ispirazione verghiana che conservano tuttavia, per la ricerca eccessiva di effetti patetici e di colore locale, i toni romantici della letteratura della prima metà dell'Ottocento.
Nel 1882 si recò a Roma, su invito dell'editore Angelo Sommaruga e collaborò alle riviste "Cronaca bizantina" e il Fanfulla della Domenica, entrando in contatto con Carducci, D'Annunzio, Fogazzaro, Capuana e Verga. L'anno successivo pubblicò la raccolta di novelle In Magna Sila, e il romanzo Marito e sacerdote.
Nel 1884 iniziò la carriera di insegnante di lettere in licei della Calabria, dapprima a Monteleone, e dal 1892 a Cosenza. Iniziò una imponente attività pubblicistica, pubblicando romanzi e racconti a puntate, resoconti di viaggi e studi di carattere socio-economico e storico sulla Calabria. Dal 1915 si ritirò in un piccolo paese, San Fili.


5) ADA MUROLO  (Palizzi, 1949) 

Ada Murolo è nata a Palizzi (Reggio Calabria) nel 1949 e ha vissuto a lungo a Trieste. Risiede a Roma dal 1992. Laureata in Lettere classiche, ha insegnato Letteratura italiana e latina in varie città italiane e in Croazia. Nel 2008 ha pubblicato un libro di racconti, La città straniera (Città del Sole) e nel 2013 il suo primo romanzo, Il mare di Palizzi (Frassinelli), con cui ha vinto il premio Rhegium Julii – Selezione Opera Prima, si è classificata tra i tre finalisti del premio Porta d’Oriente 2013 e ha ottenuto il Premio speciale della giuria del premio Il Molinello 2014.
Con Si può tornare indietro ha vinto il Premio Internazionale Salvatore Quasimodo 2017.


6) LEONIDA REPACI  (Palmi, 1898)

Leonida Rèpaci nacque a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, il 5 aprile del 1898 (sebbene sia stato dichiarato allo stato civile diciotto giorni dopo). Diciassette mesi dopo la sua nascita suo padre Antonio Rèpaci, mastro muratore e costruttore, morì, lasciando dieci figli e la moglie di 37 anni in condizioni economiche disastrose. Toccò a Mariano, il primo dei dieci orfani, prendere le redini della famiglia. Lo fece il giorno stesso dei funerali non consentendo la cerimonia religiosa al padre.

Dopo il terremoto del 1908, il fratello avvocato lo portò a Torino dove completò gli studi superiori. Si iscrisse in seguito alla facoltà di Giurisprudenza ma, a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, fu costretto suo malgrado ad interrompere gli studi. Venne arruolato e mandato al fronte dove ottenne, con una medaglia d'argento, anche il congedo illimitato dopo il ferimento a Malga Pez. Tornato a Palmi scrisse il poemetto La Raffica (inizialmente il titolo era: "Il ribelle e l'Antigone") ispirato alla morte di Anita, Nèoro e Mariano tre dei suoi nove fratelli, morti a causa dell'epidemia di spagnola. Nel 1919 ritornò a Torino e conseguì la laurea, l'anno seguente prese l'abilitazione all'avvocatura e incominciò a frequentare ambienti e personaggi politici di sinistra.

Durante l'occupazione delle fabbriche, Antonio Gramsci in persona, che aveva recensito un suo libro ne l'Avanti torinese, lo chiamerà a collaborare a L'Ordine Nuovo, rivista fondata dallo stesso Gramsci, da Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e Umberto Terracini con articoli molto critici verso i prodromi della nascente dittatura fascista, che vennero pubblicati accanto a quelli di Gobetti, Lenin, Trotsky, Thomas Mann e altri famosi letterati dell'epoca.

Rèpaci lasciò quindi Torino per Milano dopo la marcia su Roma, ma continuò a collaborare a L'Ordine nuovo, firmandosi con lo pseudonimo di Gamelin, il protagonista del romanzo Gli dei hanno sete di Anatole France. La sua intransigenza ideologica supportata da un carattere ribelle e bellicoso lo porterà ad assumere la difesa degli imputati dell'attentato al teatro Diana, ponendosi in modo esplicito contro il regime e, tra il 1922 e il 1924 a misurarsi in duello addirittura contro Galeazzo Ciano e padrino nel duello contro Farinacci. Nel 1923 pubblicò il primo lavoro letterario, “L’ultimo Cireneo”,che gli fece ottenere un grande successo, tanto da indurlo ad abbandonare la sua professione di avvocato e dedicarsi alla scrittura.

Nel 1924 il Partito Comunista d'Italia presentò la sua candidatura alle elezioni politiche insieme a quella di Francesco Buffoni. Tuttavia i due non furono eletti poiché non ebbero la preferenza dell'Esecutivo che andò a Luigi Repossi e Bruno Fortichiari.

Nell'agosto 1925 Rèpaci venne arrestato a Palmi, insieme ad altri comunisti e socialisti, come presunto assassino di Rocco Gerocarni, gerarca fascista del luogo durante una festa religiosa; il processo servì al regime per scardinare la roccaforte rossa e abbattere uno degli scogli socialisti più forti in Calabria: inaspettatamente Rèpaci venne assolto ma l'accaduto avvelenerà per sempre di diffidenze e sospetti i rapporti con i suoi concittadini, essendo diffusa la voce riguardante influenze (mai provate) del partito fascista sulla sua assoluzione. I testimoni falsi di quel processo alla fine o confessarono o si suicidarono e Rèpaci venne assolto dopo sei mesi di carcere.

Si dimise dal PCdI qualche settimana dopo la sua liberazione convinto che la lotta politica fosse ormai divenuta impossibile per coloro che restavano in patria, e che i risultati non fossero proporzionati ai sacrifici. Tuttavia continuò la sua battaglia politica scrivendo libri in difesa delle idee socialiste e comuniste. Nel 1925 dopo aver portato in teatro il racconto La madre incatenata, che riflette molto da vicino la persecuzione politica di cui era stato oggetto assieme alla sua famiglia nell’estate del 1925. Iniziò La storia dei Rupe, che nel 1933 gli farà vincere il Premio Bagutta e, tra varie versioni, lo accompagnerà fino agli anni settanta.

Dopo aver lavorato, fra il 1923 e il 1925, alla redazione de l'Unità, collaborò poi alla Gazzetta del Popolo e a La Stampa. Nel 1929, da una sua idea, con il contributo di Salsa e Colantuoni, nasce a Milano il Premio Viareggio. Nei giorni del premio Viareggio, immerso nel grande fervore organizzativo, conobbe e sposò Albertina Antonelli. Il 9 settembre 1943, assieme a tre amici (Pacini, Tosi, e Bernini) portandosi dietro un folla di popolani, assaltò un deposito d'armi a Palazzo Pallavicini Rospigliosi, episodio che diede il via alla Resistenza romana.

Più tardi fu messo in contatto con il movimento militare del Partito Socialista e successivamente entrò nel Comitato politico che riuniva allora l'ala intransigente del partito. Costituì il movimento delle bande partigiane, del cui comando fece parte assieme ai fratelli Andreoni, Alberto Vecchietti, Ezio Malatesta e Aladino Govoni.

Finita la Seconda guerra mondiale, Repaci, spinto dal suo spiccato senso organizzativo, fondò con Renato Angiolillo il quotidiano indipendente Il Tempo rimanendone condirettore dal giugno al dicembre 1944. Nel febbraio 1945, rotto il sodalizio con Angiolillo, fondò un nuovo quotidiano, L'Epoca, che però visse soltanto 14 mesi. Successivamente accettò la direzione dell'Umanità, insieme a Giuseppe Faravelli e Virgilio Dagnino. Organizzò infine con Mario Socrate e Franco Antonicelli il memorabile convegno Cultura e Resistenza, a Venezia. Il dopoguerra dopo il ripristino del Premio Viareggio per Rèpaci fu un susseguirsi frenetico di proposte e idee che lo fecero maturare positivamente sia intellettualmente sia a livello umano che sociale; fondò e presiedette il Premio Fila delle Tre Arti, e il Premio Sila (1948). Nel 1948 dietro insistenza di alcuni amici decide di candidarsi, senza poi venire eletto, al collegio senatoriale di Palmi nella lista del Fronte Democratico Popolare. Nel 1950 divenne componente del Consiglio mondiale per pace insieme ad altri intellettuali comunisti come Pablo Picasso, Louis Aragon, Bertolt Brecht, Jorge Amado, György Lukács, Renato Guttuso e Jean-Paul Sartre e nel 1951 membro della Giuria Internazionale per i Premi della Pace. Collaborò in seguito anche a Milano Sera, a Vie nuove e a Paese Sera. A metà degli anni '50 venne chiamato da Orazio Barbieri, che in quel momento ricopriva la carica di Segretario Generale dell'Associazione dei rapporti culturali con l'Unione Sovietica “Italia-Urss” presieduta dal senatore Antonio Banfi, a dirigere il mensile “Realtà sovietica” organo ufficiale dell'Associazione. Nel 1956 vinse il Premio Crotone con Un riccone torna alla terra e due anni dopo il Premio Villa San Giovanni con la Storia dei fratelli Rupe. A poco a poco si allontanò dall'attività giornalistica per dedicarsi alla stesura definitiva della trilogia Storia dei Rupe, e il secondo volume, Tra guerra e rivoluzione, vinse nel 1970 il Premio Sila. In quel periodo la sua naturale irrequietezza lo portò a darsi alla pittura, con discreto successo sia di critica sia di pubblico, allestendo personali a Milano e a Roma. La morte colse il "Leone mai domo" a Pietrasanta (Lucca) il 19 luglio 1985. La sua villa “Villa Repaci” da poco ristrutturata è diventata un mausoleo dove vengono di tanto in tanto allestite delle mostre letterarie e di cultura.


7) FORTUNATO SEMINARA  (Maropati, 1903)

Fortunato Seminara nacque a Maropati, provincia di Reggio Calabria, nel 1903 da una famiglia di contadini. Essendo figlio unico fu mantenuto agli studi fin dalla primissima infanzia, la sua curiosità d'apprendimento e il buon profitto fece prendere la decisione ai suoi genitori di farlo continuare. Il proseguimento negli studi gli mostrerà la tradizione del suo paese, che voleva solo figli di signori avviati nello studio, ma la sua formazione continuerà dimostrando la validità, le competenze, le doti anche dei figli dei contadini. Dal 1915 al 1918 studierà nel Seminario di Mileto, poi a Reggio Calabria e a Napoli. Chiamato al servizio militare presterà servizio per diciotto mesi, durante i quali si iscriverà all'università nella facoltà di Giurisprudenza (un anno a Roma, poi a Napoli dove si laureò nel 1927). Ancora studente conobbe la moglie, dalla quale ebbe due figli e dalla quale si separò dopo pochi anni. Nel 1930 emigrò in Svizzera, dove eserciterà diversi lavori tra cui quello di orologiaio. A Ginevra scopre la letteratura europea, in particolare i romanzieri russi e francesi. Dopo aver tentato di emigrare in America, torna a Maropati nel 1932. Tornato in paese, incomincia a scrivere romanzi, racconti, e poi, dopo la guerra, collabora a vari quotidiani, fra cui Il Messaggero di Roma e La Gazzetta del Mezzogiorno. Dopo la guerra cerca invano di sistemarsi a Roma tentando di esercitare la professione di giornalista. Seminara conobbe e frequentò la maggior parte dei grandi scrittori del suo tempo (Alvaro, Silone, Moravia, La Cava, Vittorini, Calvino, Sciascia, ecc.). Muore nel 1984 a Grosseto, nella casa del figlio. Le sue spoglie riposano nel cimitero dell'amato paese della Calabria. Il suo primo romanzo Le baracche, scritto nel 1934, verrà pubblicato solo nel 1942. Rappresenta l'amara realtà del Sud attraverso una storia di umili, poveri che vivono in alcune baracche nel Sud Italia. I protagonisti sono un giovane figlio di un proprietario terriero, Micuccio, invaghitosi di una giovane ragazza delle baracche, Cata. La giovane finirà per sposare un cinquantenne, ma nel giorno del matrimonio verrà ucciso da un giovane pretendente. Cata finirà nelle mani di Micuccio. Le baracche verranno distrutte da un incendio... "Miseria, ignoranza, invidia, arretratezza spirituale e materiale, istintualità irrazionale..." questi gli elementi che secondo Antonio Piromalli caratterizzano l'opera. Nel 1951 scrive Il Vento nell'oliveto in cui mostra le condizioni umane e sociali del Sud. Nel 1952 La masseria in cui si assiste ad una lotta dei contadini contro le ingiustizie. Quest'ultimo romanzo sembra porsi come una continuazione della vicenda narrata nell'opera Le Baracche: continua infatti la vicenda tra Cata e Micuccio, e dove questi ultimi vengono affiancati da nuovi personaggi per rappresentare le condizioni oppresse del popolo calabrese. Nel 1953 Donne di Napoli, nel 1954 Disgrazia in casa Amato, nel 1956 La fidanzata impiccata, nel 1957 Il mio paese del Sud, nel 1967 L'altro pianeta. Molte delle sue opere non verranno mai pubblicate (lascia un'importante opera teatrale ancora inedita, tranne L'eredità dello zio) poiché le sue opere d'impegno sociale erano ritenute per l'epoca poco commerciali. L'autore si vedrà premiare per la sua attività giornalistica per un servizio sull'Ente Sila. Riceve inoltre il "Bergamotto d'oro" al merito letterario nel 1970. La sua tendenza letteraria è "realistica", ha l'aspirazione di allontanarsi dal clima ermetico, dal Fascismo grossolano e va alla ricerca di un approdo che possa giustificare il suo interesse per il popolo.

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